RIFLESSIONI

"L'anticamorra delle opere" più efficace di parole e slogan

Questa mattina, alle 10, interromperò il mio tour per la legalità concentrato negli ultimi mesi soprattutto al Nord per essere ad Eboli e parlare di legalità. Sarò ospite, alle 10, dell’istituto...

Questa mattina, alle 10, interromperò il mio tour per la legalità concentrato negli ultimi mesi soprattutto al Nord per essere ad Eboli e parlare di legalità. Sarò ospite, alle 10, dell’istituto comprensivo Virgilio per discutere, con i giovani e i loro professori, del nesso strettissimo che esiste tra legalità e progresso, cioè del valore di sé e degli altri. Saremo in tanti a discutere, dal sindaco ai docenti, nell’ambito di un modulo dal titolo emblematico, “Regola – menti”, ideato con intelligenza dal dirigente scolastico Gabriella Ugatti. Perché sarò ad Eboli, in una terra molto ricca di tradizioni civili ed anche di forti contraddizioni? Innanzitutto, per spendere una parola in favore della mia idea di legalità, che è poi l’altra faccia di una medaglia alla quale ho dedicato tutta la mia vita, vale a dire “l’anticamorra delle opere”. Che cosa significa? Vuol dire che non è possibile schierarsi dichiaratamente contro il crimine, anche economico e sociale, senza il contagio dell’esempio, dell’intervento concreto. È l’anticamorra discreta per la quale mi spendo con la mia associazione “Ultimi”, che ha più effetto, credetemi, di una grande campagna mediatica, perché nel suo Dna c’è il potere seduttivo della verità.
Quando mi propongo di aiutare un camorrista ad uscire dal ghetto della criminalità, mi sforzo, nel silenzio, di testimoniargli la mia vicinanza solidale. Solo se mi riconoscerà come amico e fratello potrò spingerlo al passo successivo, che è quello della denuncia dell’ingiustizia o della prevaricazione. Se si prescinde da questa verità, le iniziative anticamorra rischiano di fare bene soltanto a chi le organizza e vi lucra sopra, ai movimenti che le sostengono espandendo il loro potere economico e d’immagine.
L’esercito della camorra perciò non va bombardato con parole e slogan alla moda e ghettizzato, ma va redento e salvato. E per salvarlo bisogna vivere al fianco delle sue truppe degradate e tracciare loro una via di fuga: un lavoro discreto e profondo che trasformi le vite dal di dentro, senza strepiti mediatici. È un lavoro difficile e insidioso e non sempre si vince. Il 60 per cento degli adolescenti napoletani ritiene il camorrista un modello di riferimento imprescindibile, modello impostosi grazie ad atteggiamenti spavaldi, abiti griffati, belle auto, donne appariscenti. Noi dobbiamo sradicare queste opinioni. Si tratta di ottenere una forma di conversione duratura. Io ci credo: difficilmente ho visto tornare sui loro passi i giovani che hanno avvertito pentimento e vergogna per la scelta criminale compiuta in passato.
Avrei voluto dire queste cose a Roberto Saviano, scambiare con lui un po’ di idee, fare fronte comune. Si era anche presentata l’occasione propizia, perché il 30 ottobre di qualche anno fa fummo premiati tutti e due a Roseto degli Abruzzi, al Premio Paolo Borsellino, del quale poi sono diventato il Garante nazionale. Roberto non era in prima fila tra gli altri premiati, fu l’unico ad uscire sul palco dalle quinte, fece il suo saluto e, come un fantasma, scappò via protetto dalla scorta, senza “mischiarsi” con noialtri. Alla scorta, lo dico tra parentesi, io ho sempre rinunciato, anche quando i Lorusso di Scampia/Miano decisero di farmela pagare. Gesù ci chiede di testimoniare senza alcuna protezione e ritengo quindi innaturale, oltre che molto comodo, fare del bene immunizzandosi dai rischi. Scorta a parte, non mi diedi per vinto. Chiesi ad un organizzatore di incontrarlo almeno per un attimo, mentre si infilava in macchina. La risposta fu un sorriso beffardo, come a dirmi: “Ma lo sa di chi stiamo parlando?”. Ecco, ai ragazzi di Eboli dirò che questa è un’anticamorra comoda e utile soltanto per diffondere un po’ di buone idee e conquistare la notorietà e le utilità conseguenti. Noi, invece, dobbiamo scegliere l’altra anticamorra, appunto quella delle opere, una pratica di vita che ci impone di entrare nelle contraddizioni reali, sporcarci le mani per aiutare i fratelli e cambiare le cose. ©RIPRODUZIONE RISERVATA