I dibattiti

I partiti diventino comunità unite senza indugiare in un limbo ideale

Che cos’è un partito politico? Per Tocqueville esistono partiti che sono comitati elettorali e partiti che sono comunità d’intenti. È una distinzione utile, sulla quale vale la pena riflettere per un attimo.
Con grande approssimazione si può dire che i partiti “comitato-elettorale” avevano pieno diritto di cittadinanza nell’Italia liberale del suffragio limitato, dei notabili e delle distinzioni per censo, ma perdono totalmente di senso quando le masse fanno la loro irruzione nella storia e nella politica e il suffragio diventa universale. Allora i partiti si trasformano e diventano comunità d’intenti: gruppi di uomini tenuti insieme da una comune visione ideologica (vale a dire una particolare interpretazione del mondo) e da uno scopo: modificare, alla luce della propria lettura ideologica, la realtà. Teoria e prassi, dunque. O pensiero ed azione, per dirla con Einaudi. Così l’azione politica diventa la lotta, con mezzi legali e democratici, tesa alla aggregazione intorno ad un preciso programma di un consenso tale da poter incidere sulla realtà.
A rigor di logica, ciò vuol dire che un partito politico che si accontenta, pur potendo partecipare al governo, di rimirarsi allo specchio, sfoggiando la propria superiorità morale, rifiutando il contatto con gli altri per paura di infettarsi, non solo non è un partito. C’è di peggio. Quel partito tradisce quanti l’hanno votato, dato che rende irrilevante in consenso aggregato. In sintesi, la differenza tra un circolo culturale ed un partito, è che il primo può fermarsi alla fase dell’analisi, alla declamazione delle varie tesi, al dibattito, mentre un partito deve fare sintesi e tentare di incidere sul reale.
In questo senso ha perfettamente ragione Carmelo Conte, quando su queste pagine, riflettendo sul cantiere aperto della sinistra in Italia, dice che è compito delle forze democratiche non “indugiare nel limbo dei principi”. Il che significa impegnarsi a dar vita ad una forza in grado di contrastare il triplice populismo grillino, renziano, leghista. Chi indugia nel limbo dei principi fa letteratura, al massimo filosofia, non politica. Però, la distinzione di Tocqueville è utile anche per un altro motivo. Se un partito politico deve poter incidere sulla realtà, altrimenti è un semplice circolo culturale, è altrettanto vero che l’unione ideale, la visione ideologica che tiene uniti i suoi membri, deve essere cosa forte e reale. Non ci si può permettere di mettere insieme alla rinfusa quattro idee su un pezzo di carta il giorno prima delle elezioni.
Un partito è una comunità unita intorno ad un ideale forte, una visione del mondo, che impregna la vita dei sui iscritti, che non a caso sono detti non clienti o spettatori, ma militanti e cioè soldati. Se così non è, si scade nel comitato elettorale. Per inciso, forse proprio questo è stato il grande peccato della seconda repubblica: i partiti “comunità d’intenti” della prima repubblica sono stati sostituiti dai partiti “comitato elettorale”, che in linea di principio non avrebbero avuto alcun diritto di cittadinanza nell’era del suffragio universale. Di qui probabilmente una delle cause dell’astensionismo e del manicheismo politico, nelle versioni del giustizialismo e del complottismo di massa.
Ma andiamo oltre. Se la visione ideologica è una cosa essenziale, allora vuol dire che un partito che vuole essere realmente tale non può inglobare tutto, non può crescere per sommatoria, per aggiunta di pezzi. Si corre il rischio di una pericolosa crisi di rigetto, che potrebbe anche risultare mortale. Ora, se quanto detto sinora ha un senso, allora, per quanto la cosa possa essere spiacevole, se realmente si vuole costruire un quarto polo socialdemocratico (accanto al M5S, ai centristi Renzi-Berlusconi e alla destra di Salvini e della Meloni) allora è necessario dire dei “no”, sia a quanti aspirano a fare gli scout nel territorio della sinistra al Partito renziano, sia a quanti (mi pare che ce ne fossero molti dalle parti del Brancaccio) per preservare la propria purezza ideologica, preferiscono chiudersi in una riserva indiana a ricordare i bei tempi della caccia ai bisonti.
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