LEGALITA'

Un Codice di comportamento per le candidature al Parlamento

Su questa linea si muove la proposta di legge di Rosy Bindi, per determinare più efficaci criteri di selezione della futura classe dirigente del nostro paese

Gli "impresentabili" sono una categoria di politici o aspiranti tali “chiacchierati”. Se ne parla ad ogni appuntamento elettorale. Per la legge sono candidabili ma sono ritenuti inopportuni ad assumere cariche istituzionali. Per loro sarebbero ostative, sul piano deontologico prima ancora che etico, pendenze giudiziarie, frequentazioni o appartenenze familiari mal reputate. Si tratta di un terreno scivoloso ai limiti della negazione dei diritti politici e della manipolazione delle regole sui cui si reggono le democrazie rappresentative. Non bastano l’attivazione di un'indagine o una parentela per configurare responsabilità punibili fino ad inibire partecipazioni attive in competizioni politiche. C'è di mezzo la presunzione della non colpevolezza per ciascun cittadino fino a sentenza passata in giudicato. Ma, nella fattispecie delle candidature c’è anche la necessità di salvaguardare un'immagine trasparente della dignità delle istituzioni elettive. Il problema non è di poco conto a fronte di un diritto garantito e di doveri altrettanto richiesti dalla Costituzione: obbligo dell’azione penale e l'esercizio delle funzioni pubbliche con onore. Le cronache delle campagne elettorali caratterizzatesi per la presentabilità o meno di alcuni candidati offre materiali contraddittori. C’è il caso di Vincenzo De Luca qualificato dal presidente della Commissione parlamentare antimafia come impresentabile, pochi giorni prima delle consultazioni regionali de! 2015, per via di procedimenti giudiziari a suo carico dai quali è stato assolto subito dopo l’elezione a governatore della Regione Campania; c’è anche il caso del messinese Cateno De Luca arrestato subito dopo la sua elezione all’Ars (Assemblea regionale siciliana) ma il suo nome non era stato reso noto dall Antimafia come impresentabile prima del voto del 5 novembre scorso. Vuol dire che non ha funzionato il codice di autoregolamentazione varato nel 2014 e non bastano i casellari giudiziari e le informazioni fornite dalle Procure non sempre nei tempi utili per configurare i profili dei potenziali candidati. La questione è di natura politica e riguarda l’adozione di un codice di comportamento lealmente condiviso da tutti i partiti. Su questa linea si muove la proposta di legge preannunziata da Rosy Bindi, presidente dell'Antimafia, al fine di determinare, prima delle prossime elezioni politiche, comuni criteri di selezione della classe dirigente, prospettando riferimenti contro il trasformismo ed anche l’ipotesi di ricorrere ad un decreto del Governo per accorciare i tempi dell'iter legislativo. Si tratta di stanare il malaffare che si annida nei pubblici poteri per recuperare la fiducia che è venuta meno nei confronti dei partiti. Ma, non è facile trovare un punto di intesa tra chi predica palingenesi e chi sostiene che i voti non olent e se c’è qualcosa che ‘‘puzza’’ è consigliabile votare turandosi il naso al fine di prevenire avventure antidemocratiche. Sul punto è significativo nella radiografia Censis lo scontento sul funzionamento del sistema democratico testato sul 60% del campione e sul 64% di gruppi sociali che ritengono di non avere ascolto: provati dalle crisi determinate dalla rivoluzione tecnologica e dalla globalizzazione, si legge nel citato rapporto, sono i più sensibili al populismo.