Luca Gentile

SALERNO

Uccise il suocero, 30 anni a Luca

Nessuna attenuante al 22enne: «Non ci fu una vera provocazione»

SALERNO. Trent’anni di carcere. È la condanna che il pubblico ministero Elena Guarino ha chiesto ieri mattina per Luca Gentile, accusato di avere ucciso nel febbraio dello scorso anno il suocero Eugenio Tura De Marco, accoltellandolo a morte nella sua abitazione del rione Fornelle. Una pena severa, tenuto conto del rito abbreviato, che ne consente la riduzione fino a un terzo, e della contestazione di un omicidio sì volontario ma non premeditato. Secondo la Procura, Gentile è andato nell’appartamento del 62enne per ucciderlo, ma il lasso di tempo intercorso tra la formazione della volontà e la sua attuazione è troppo breve per poter configurare un’attività organizzativa tipica della premeditazione. Al 22enne non è concessa però alcuna attenuante, nemmeno quella di presunte provocazioni legate o alle pressanti avances sessuali (che avrebbe subìto anche nella sera dell’omicidio) o alle minacce telefoniche con cui il carrozziere aveva cercato di imporgli l’interruzione della relazione con la figlia Daniela, ora anche lei a processo con l’accusa di concorso morale nel delitto.
Davanti al giudice dell’udienza preliminare Stefano Berni Canani, che emetterà la sentenza nella seconda metà di giugno, pubblico ministero e parte civile hanno in parte anticipato le loro contromosse su quelle che potranno essere le conclusioni dei difensori. L’avvocato Francesco Rizzo, che rappresenta due figlie della vittima, ha non solo insistito sull’insussistenza di cause attenuanti (l’ostacolo alla relazione sentimentale non avrebbe l’oggettività di fatto ingiusto necessaria per concretizzare la provocazione) ma ha anche chiesto che all’imputato sia applicata l’aggravante della premeditazione. Si è poi soffermato sull’assenza di colluttazione, che smonterebbe la tesi della legittima difesa sostenuta invece sin dall’inizio dai difensori Enrico Lizza e Luigi Gassani. Per le loro arringhe difensive è stata fissata la data del 15 giugno, poi il giudice si ritirerà in camera di consiglio per la decisione, chiudendo la prima parte di un procedimento penale che per il resto andrà avanti dinanzi alla Corte d’Assise. È in quella sede che si deciderà infatti la sorte processuale di Daniela Tura De Marco, che per gli inquirenti ha avuto un ruolo determinate nell’assassinio, rafforzando la volontà dell’allora fidanzato e offrendogli copertura dopo la commissione dell’omicidio. Per lei i difensori Francesco Dambrosio e Antonietta Cennamo hanno scelto il rito ordinario, contando di poter dimostrare in dibattimento che la 24enne non aveva consapevolezza dei propositi di Gentile. Secondo la tesi difensiva la ragazza non lo avrebbe preso sul serio quando, al telefono, le annunciava che quella sera avrebbe chiuso la questione con il padre con le buone o con le cattive. «Non si ritira a casa» una delle frasi recuperate dai carabinieri del comando provinciale tra i messaggi che Luca e Daniela si scambiarono prima dell’omicidio. Era il 19 febbraio 2016: dopo aver chiuso la conversazione, Luca Gentile raggiunse il suocero nell’abitazione di largo San Tommaso d’Aquino. Doveva essere un incontro chiarificatore, secondo quello che il ragazzo ha dichiarato a carabinieri e magistrato. Invece Eugenio Tura De Marco fu colpito da una coltellata a un fianco, con un’arma che non è mai stata ritrovata. Il 22enne ha dichiarato che il coltello apparteneva alla vittima, che lo aveva poggiato su una mensola da cui lui lo aveva afferrato per liberarsi dalla stretta dell’uomo, che lo aveva bloccato su una sedia e lo minacciava. Dopo averlo ferito era scappato, portandosi dietro il coltello e gettandolo non ricorda dove. Poi ci sono stati i nuovi contatti telefonici con la fidanzata, il consiglio telefonare ripetutamente al padre prima di dare l’allarme fingendo di preoccuparsi per un malore. Sono ormai le 19 del 20 febbraio quando Danielaallerta i carabinieri, e fa scoprire il cadavere.
©RIPRODUZIONE RISERVATA