Mario Maysse

Racconti d'estate

Sulla mia Bonnie verso la magia di Jonathan Wilson

Era stata una delle estati più calde degli ultimi anni, paragonabile alla famosa estate del 2003, quella il cui solo pensiero ti fa sudare. Come al solito i social erano pieni di foto di piedi, di spiagge, di barche e di boccucce plastiche a forma di culo di gallina. Nessuna invidia per carità, mi è sempre piaciuto restare ad agosto in città, una città che in fin dei conti non si svuota mai, me ne sento quasi un privilegiato custode. Ma quell’anno ero particolarmente stanco, volevo solo mollare per un po’ i fornitori, i direttori di banca, i personaggi dalle richieste impossibili che non vanno mai in ferie, nemmeno in estate, persino i fantastici negroni del mio bar preferito che mi facevano spesso compagnia a chiusura negozio. Mollare per un po’ tutto tranne “Lei” e la mia amata musica. Salire sulla mia “Bonnie” e partire per quel viaggio tanto desiderato che stava per diventare realtà. La moto era stata regolata nei minimi dettagli. Non c’è nulla di più appagante di guidare la moto dopo averla messa a punto: la nuova fluidità che ne scaturisce, ti fa capire come sia importante la cura dei dettagli per fare bene qualsiasi cosa. La preparazione del bagaglio per il motociclista poi è un utile ma difficile esercizio di vita. Bisogna imparare a togliere più che a mettere, portarsi solo l’essenziale senza però poi rimanere colti di sorpresa. I dischi migliori sono stati incisi così, “togliendo” più che “mettendo”. La prima tappa sarebbe stata Firenze, giusto il tempo di riposare, cercando di sfuggire alla canicola che quasi mi faceva rimpiangere lo scirocco africano che avevo lasciato a Salerno. Il giorno dopo, di buon’ora, direzione Milano, ultima tappa in suolo italico. Solo lasciando il confine in direzione Lussemburgo, iniziai ad avere la reale percezione del viaggio: valicare le Alpi ritrovarci nella lussureggiante Svizzera e poi ondeggiare sicuri e ispirati sul confine tra Germania e Francia, fino alle incantevoli e verdi Fiandre, costeggiando improvvisi specchi d’acqua e campi di papaveri. L’aria frizzante e qualche improvviso scroscio d’acqua ci indicavano che il mare era vicino. Le bianche scogliere di Dover erano lì che ci aspettavano per darci il loro benvenuto in terra D'’Albione. Non ci restava che tagliare in due la Gran Bretagna ed arrivare fino a Chester per imbarcarci e raggiungere la meta desiderata: la verde Irlanda e il suo cielo “oceano di nuvole e luce”. Ma l’obiettivo non era Dublino per quanto città splendida. L’obiettivo del nostro viaggio era la Wild Atlantic Way, 2500 km di dolci curve, attraverso verdi colline, costeggiando le scogliere che si stagliano sul mare del nord, alla ricerca di vecchi fari sotto un cielo azzurro abitato da nuvole che si rincorrono velocemente, creando strabilianti giochi di luce. Eravamo perfettamente “sintonizzati” con la nostra moto, la natura incontaminata che stavamo attraversando e con noi stessi. Un sentimento di pace, appagamento e spiritualità: il Perfect Day cantato da Mr. Reed: “Just a perfect day problems all left alone… proprio una giornata perfetta, mi ha fatto dimenticare me stesso, ho pensato di essere un altro, una persona migliore”.
Eppure sapevo che il meglio doveva ancora arrivare, perché saliti su, fino a Galway avremmo deviato verso Stradbally dove si svolgeva il festival Electric Picnic. The Cure; Sigur Rós; Elbow; Grizzly Bear; The Roots; Hot Chip; Glen Hansard; The xx; Metronomy; The Horrors; Alabama Shakes; Cranes, ma soprattutto Jonathan Wilson, si sarebbero esibiti sul palco della Stradbelly Hall per una tre giorni di musica e concerti che mi avrebbero reso l’uomo più felice del mondo. In particolare avevo un amore viscerale per questo americano della Carolina del Nord autore di due meravigliosi album così impregnati di Rock, blues, folk, psichedelia e atmosfere West Coast. Dopo un esordio solista quasi ignorato, ed una vita passata a produrre e a suonare per dischi di altri, a 40 anni e passa, Jonathan Wilson si era rimesso in gioco e la cosa nel mio piccolo mi dava coraggio. Magari avrei potuto riprendere in braccio anche io la mia vecchia Stratocaster troppo presto abbandonata, anche così solo per gioco. L’attesa era snervante, l’adrenalina saliva, i musicisti stavano per salire sul palco, quando all’improvviso sento un suono pulsante, sempre più forte e vicino, sta diventando insopportabile e opprimente. Apro gli occhi, sono le 7,30 del mattino, Macy Gray, la mia adorata gatta mi osserva desiderosa del suo cibo, mi alzo e vado a fare il caffè, fa già così caldo fuori e il meraviglioso cielo d’Irlanda è così lontano...
* commerciante
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