L'editoriale

Se la democrazia diventa vuota, seguiamo i filosofi

Il punto di partenza dei due intellettuali è costituito da un dato storico: la vittoria del No al referendum del 4 dicembre, ottenuta da donne e uomini che, al di là della censura di una riforma traballante e discutibile, hanno inteso lanciare un appello di base per una democrazia compiuta

L’aggettivo democratico indica una conformità ai principi della democrazia ed è proprio questa rispondenza (o concordanza) che appare fortemente insidiata nella nostra società in crisi. La riflessione vale sia che l’aggettivo democratico si riferisca ad una persona, sia che qualifichi le istituzioni o i partiti politici. Questi ultimi sono democratici per convenzione. Non avrebbero senso, infatti, loro ruoli e funzioni ispirati a forme di governo disancorate dalla regola basica del potere esercitato dal popolo attraverso rappresentanti eletti liberamente. Essere democratico per giudizio convenzionale non significa, però, esserlo per davvero, altrimenti in Italia – dove, come in altre parti del mondo, esiste un partito che porta nel nome l’emblema di democratico – non vi sarebbero problemi di sorta, almeno stando a quel versante elettorale marchiato, sia in termini di radicamento, che di forza e autorevolezza dei principi e delle istituzioni popolari. L’altro giorno proprio questo rovello sull’autentico tasso di democrazia nelle nostre forze politiche e nella società avrà spinto i filosofi Giuseppe Cacciatore e Pino Cantillo a lanciare, alla vigilia di elezioni che appaiono sempre più vicine, un appello all’unità – su una base rigorosamente programmatica – tra tutte le sigle politiche alla sinistra del Pd. L’invito alla coesione è apparso molto concreto e operativo, in questo davvero poco ideologico o filosofico, perché intento a disinnescare la bomba dell’astensionismo, già tanto minacciosa nelle ultime elezioni.

Il punto di partenza dei due intellettuali è costituito da un dato storico: la vittoria del No al referendum del 4 dicembre, ottenuta da donne e uomini che, al di là della censura di una riforma traballante e discutibile, hanno inteso lanciare un appello di base per una democrazia compiuta, sottolineando gli elementi che si oppongono al raggiungimento di tale obiettivo, cioè il lavoro mancante, la globalizzazione che virtualizza e deforma l’economia, la crisi profonda della cultura e della formazione, la carenza di nuove forme di welfare in grado di garantire la dignità della persona, le contraddizioni dello sviluppo urbano asservito a logiche produttivistiche che fanno strame dei principi della solidarietà e dell’accoglienza. Temi, questi, che sono alla base di una convivenza possibile e che non possono essere coltivati se non nei partiti politici, che in Italia hanno imposto, a partire dall’unità, e quasi in esclusiva, tracce di cultura democratica. Quest’ultima, però, viene in genere riferita a personalità dell’azionismo e del liberalismo e non ai leader delle due grandi “sub-culture” cattolica e marxista, accreditate più che altro come rilevanti pratiche politiche. I nostri due grandi partiti di massa - è la tesi dello storico Marcello Flores - non hanno fondato la loro cultura sui valori della democrazia, ma hanno soltanto riconosciuto quei principi.

La nascita del Partito democratico, ottenuta dieci anni fa dalla confluenza in una stessa area politica dei Ds e della Margherita, aveva proprio la finalità di dotare due imponenti organizzazioni partitiche di una forte e riconoscibile cultura democratica, esiti che purtroppo non sono visibili, tant’è che la conformità ai principi della democrazia viene ancora cercata a sinistra del Pd, tra divisioni, intese, attese e assetti friabili.
L’appello di Cacciatore e Cantillo appare, per questi motivi, come l’indicazione di un provvidenziale laboratorio possibile, di un’area di lavoro praticabile, di uno sviluppo naturale di idee e patrimoni di esperienze che i due intellettuali rilanciano nell’interesse generale. Il dibattito nazionale, d’altra parte, indugia nei formalismi di un’ipotesi di legge elettorale meticcia, funzionale essenzialmente al raggiungimento di elezioni anticipate. È stato sapientemente espunto dalla discussione pubblica, inoltre, ogni riferimento alla grande questione democratica, che dovrebbe essere centrale e autentica, soprattutto in un paese che affonda. Due filosofi ci ricordano la nostra amara verità per invitarci a vivere la democrazia concretamente, giorno per giorno. Anche la Costituzione, diceva Calamandrei, è una pratica quotidiana, se non vogliamo celebrare il suo disfacimento.
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