Trentatrè comuni al voto

L'editoriale

Rivolta in cabina per conquistare la libertà smarrita

Dobbiamo procedere in libertà verso le possibilità del presente

Da stamattina a stasera si vota in trentatré comuni del Salernitano. Il timore è che si adempia a questo diritto-dovere con le solite, collaudate finalità di sempre: testimoniare all’amico di turno la propria vicinanza, stringere l’alleanza con il sodale, inviare il messaggio di deferente sostegno al politico nel cui interesse il candidato a sindaco si è fatto avanti e affronta il voto. È un timore suffragato da una campagna elettorale spenta, vuota, a tratti rissosa ma, fondamentalmente, ripetitiva e tediosa, che ha scialbamente tentato di rianimare, in questi giorni, il malinconico crepuscolo dello spirito civico e democratico del nostro Sud. In alcuni Comuni i protagonisti sono stati gli assenti, ed è quanto dire. Cioè, in primo piano, sono finiti i sindaci uscenti che, per vari motivi, non hanno potuto ripresentare la candidatura. L’assenza è diventata presenza, l’orma si è rifatta carne. Eppure una società interessata a rapidi cambiamenti avrebbe dovuto cogliere al volo quest’occasione per conferire alla rappresentanza una centralità espansiva.
Potevano essere, queste, le elezioni di un ripensamento attivo delle basi democratiche, tanto evocate nei mesi scorsi, dopo il no al referendum costituzionale e la Grande Paralisi politica che si è insediata nel cuore di istituzioni malate. Invece, non si è attuato nemmeno questa volta l’atteso passaggio dalla democrazia d’investitura alla democrazia rappresentativa, per cui ricompare lo spettro dei due valori più perniciosi della nostra contemporaneità: la nomina e la ratifica, elementi che stanno corrodendo la storia politica e civile del nostro paese. Il danno maggiore che deriva da questa stasi della democrazia di base è che ci si continui ad affidare alle prescrizioni di legge. Nuove norme elettorali, in primo luogo, per colmare i deficit della partecipazione, stando ben attenti a non offrire ai cittadini la possibilità di scompaginare i piani. Il voto in Inghilterra ha però dimostrato che non sono i sistemi ad andare al voto, ma gli elettori. Pur essendo collaudato, oltre Manica, il meccanismo che garantisce l'alternanza (e la governabilità), questa volta è andata come è andata; ma a nessun cittadino della Gran Bretagna è venuto in mente di mettere in discussione un’architettura consolidata, perché ciò che interessa realmente è la possibilità che il controllo del singolo resti puntuale e tranquillo.
In Italia, invece, si è incapaci di ripartire dal cittadino e si opera, di conseguenza, sui sistemi formali, determinando l’ostilità del corpo elettorale. È difatti un errore osannare la stabilità “considerandola superiore al valore della rappresentanza politica”, come sostiene, oggi, nel suo articolo di fondo, il professore Giuseppe Acocella. Si modificano, infatti, le leggi nevroticamente e soprattutto senza inquadrare i problemi generali. Anche il proporzionale potrebbe avere i suoi pregi per dotare di rappresentanze le minoranze significative nel panorama politico, ma dovremmo poter conoscere preventivamente le alleanze e soprattutto essere in grado di scegliere gli eletti. Cose non previste nel nostro tormentato scenario, allestito da interessi di vertice, in primo luogo da quello di far trasmigrare la titolarità delle scelte dagli individui ai centri di potere.
Quest’ultimo rischio potrebbe addensarsi anche nelle elezioni di oggi, ma molto potrà la nostra libertà di cittadini. Una libertà che possiamo ancora esercitare proprio nel “locale”, nella gestione quotidiana dei nostri diritti e dei nostri conflitti, sul terreno della nostra concretezza. È il “locale” che nutre l'esperienza politica generale, ma quest’area non va alimentata con il folklore né con gli artifici bensì con il lavoro, con la forza delle idee, con la capacità di comprendere i problemi dei territori e progettare soluzioni adeguate, con la costanza della partecipazione. La penisola, è vero, manifesta complesse e antitetiche realtà geopolitiche, ma il voto di oggi consente di indicare distintamente perlomeno due cose: il sindaco e le preferenze relative ai consiglieri. Nelle elezioni politiche queste sono conquiste abrogate e rimpiante. Diventiamo, perciò, coscienti di questa titolarità con un rinnovato orgoglio territoriale da proiettare in una futuribile e sperata identità nazionale, evitando di votare per amicizia, interesse e deferenza al capo. Si tratta di invertire la rotta, partendo dall’unica strada nella quale, volendo, possiamo dirigere il traffico: quella dei nostri contesti. Occorre però “tradire” i vecchi padroni, voltando loro le spalle. Si tratta di “tradimenti” lungimiranti, da consumare nella segretezza dell’urna, giustamente destinati a rimanere “impuniti”. Sono infedeltà salvifiche per uscire dall’inferno e dal peccato della nostra plurisecolare sudditanza e per credere, finalmente, nella possibilità di camminare liberi verso le possibilità del presente.
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