LA LETTERA

Racinaro, solitudine fino alla morte: un silenzio che non onora la città

Caro direttore, scrivo molti giorni dopo aver partecipato ai funerali di Roberto Racinaro. Lui, dopo il rettore Gabriele De Rosa, è stato in assoluto il più grande rettore dell’università di Salerno. Resterà un simbolo del nostro tempo non solo come icona di un pensiero e di una lezione: un intellettuale spesso incompreso, un filosofo “profetico” nell’analisi della realtà, una vittima di quella che lui stesso definì “Repubblica giudiziaria senza più civiltà del diritto”. Sono d’accordo con lei quando, ricordando quei giorni della Tangentopoli salernitana con l’arresto ingiusto di Roberto Racinaro, “tutti assistettero silenziosi alla strage di diritto che stava avvenendo, e non solo per Racinaro. C’era chi godette di quell’arresto eccellente che gettava in galera un filosofo. Molti applaudirono. Andava così ieri, potrebbe andare così anche oggi ». Ma se il silenzio di quei giorni poteva apparire tollerante o conveniente, quel che non ho tollerato è il silenzio finale dopo la morte di Roberto Racinaro. Primo, mi sarei aspettato che nel corso del rito funebre celebrato nella Chiesa dei Salesiani qualcuno avesse preso la parola per ricordarlo per l’adeguata commemorazione di un personaggio appartenente alla storia della nostra comunità. Secondo, anche i simboli presenti, solitario il gonfalone dell’università, hanno dichiarato questa solitudine intorno allo scomparso. Terzo, non apparteneva più solo alla famiglia, immersa nel dolore, la celebrazione di un rito che andasse al di là della liturgia ecclesiale. Era nota la militanza comunista di Racinaro. All’epoca in cui ero consigliere di amministrazione delle Ferrovie dello Stato, e parlo del 1987, ebbi modo di incontrarlo. Mi chiese, inaspettatamente, di incontrarlo. Mi meravigliò molto il suo spirito costruttivo e propositivo, che avrebbe sconfitto qualunque persona abitata a giudicare i filosofi con la testa tra le nuvole. Lui mi propose alcune idee per il collegamento ferroviario con il campus di Fisciano, sia pure nell’ambito di un disegno intermodale, tutte opere poi progettate e in parte anche finanziate ma rimaste nel libro dei sogni. Quel che mi colpì della sua persona fu che era un filosofo che non era chiuso nella gestione dei problemi interni all’ateneo ma aveva una visione e una operatività a largo raggio. E lui sapeva benissimo che quel suo pensiero così propositivo avrebbe avuto bisogno della disponibilità della politica, cioè di scelte che avrebbero fatto proprio l’indirizzo programmatico che lui aveva pensato per l’ulteriore sviluppo dell’ateneo. L’uomo, lo studioso, il rettore e il politico vanno celebrati e riletti con lo spessore della storia del tempo e il ricordo dei fatti. E tutto avvenga senza alcuna strumentalità di pensiero ma solo per non dimenticare la sua lezione. Roberto Racinaro è stato uno sfortunato protagonista degli anni Novanta. Quando finì ingiustamente in carcere, gli intellettuali di sinistra firmarono un appello sulle garanzie del processo penale. Se lo rileggessimo oggi a distanza di oltre venti anni, ritroveremmo in quelle parole le stesse patologie civili. Di qui la proposta di ricordarlo:; lo facciano insieme Regione, Comune, Università e tutti gli uomini della cultura che avvertono ancora la necessità di recuperare la politica al pensiero, l’agire politico alle coordinate esistenziali. Ci sarà tempo? Mi auguro di sì, perché non vada solo perduta la memoria ma riacquisti spessore la lezione che ha lasciato, davvero grande e incommensurabile perché maturata nella sofferenza di una ingiusta privazione della libertà personale. La ringrazio, signor direttore, della ospitalità che vorrà offrirmi sulle colonne del giornale da lei diretto volendo solo dare un cenno, che è piccolo, di attenzione verso un grande filosofo, uno straordinario rettore dell’ateneo salernitano ma, soprattutto, di un uomo che ha sofferto. Credo che al crocevia della sofferenza si misuri l’umanità, ovunque essa risieda. Di nuovo grazie.