Il tribunale di Salerno

Il commento

Quel decreto Bersani che pelò le sentinelle della legalità

Oggi la protesta dei liberi professionisti a Roma. Ma i malumori nascono da lontano

Il signor Bersani con il suo decreto che abolì i minimi tariffari, anziché pettinare le bambole,-come in una celebre quanto surreale hit di Cristiano Malgioglio, “pelame”-pelò noi. “Noi” come professionisti e come privati cittadini. Anche quella volta era l’Europa (che coincide con il mercato) che ce lo chiedeva. Oggi, l’Europa non ce lo chiede più ma prescindendo dai borbottii della pancia della Corte di Giustizia Europea che ci ha abituato a vederla contraddire se stessa per contingenze lontane dai principi che reggono l’ordinamento interno dei singoli stati dell’Unione, per molte categorie professionali fu l’inizio di una fine annunciata.��
Da quel momento, infatti, la pretesa ideologica della liberalizzazione delle tariffe professionali (che puzzavano di corporativismo ma garantivano uguaglianza) che “finalmente” potevano variare ed essere diverse fino a scendere al di sotto di un minimo prima non derogabile, è divenuta terreno di conquista per gare al ribasso e servizi offerti a prezzi stracciati senza nessun vantaggio se non per banche, grande imprese, rottamatori pantagruelici di crediti sofferenti ed anche di enti pubblici.
La libertà, cari lettori, mutava natura divenendo diseguaglianza intesa come disparità di reddito tra quelli che guadagnano molto sulla pelle di quelli che guadagnano molto poco. A beneficiare di quella libertà tariffaria sono stati solo i poteri forti che hanno imposto lavoro a cottimo schiacciando i professionisti sotto il peso dei 100 euro a fascicolo o a pratica e pochi euro per udienza. I giovani (veri o quelli costretti ad esser tali) hanno bisogni e poco potere contrattuale e non sono in grado di rifiutare magre offerte, alimentando un circolo vizioso fondato sulla diseguaglianza di reddito. Sono note le teorie che correlano disparità di reddito allo sviluppo economico ma ci sono anche quelle che individuano in quella diseguaglianza una distruzione che amplifica le crisi e sopratutto impedisce a chi ha di meno di investire in istruzione, sviluppo e adeguamento professionale (che vi piaccia o no valgono quanto o più del reddito).
Anche i consumatori ed i cittadini dovrebbero manifestare e marciare su Roma in favore di un compenso che assicuri loro di potersi avvalere di professionisti liberi, seri, ben formati, preparati, motivati e non frustrati e pretendere per questo serietà, formazione e preparazione. I professionisti, invece, devono protestare per un compenso (senza aggettivazioni) che restituisca loro dignità e decoro. È importante al contempo che non si risolva tutto all’estrema semplificazione (per gli avvocati o per gli altri professionisti) di voler “guadagnare di più”.
Il punto di vista degli avvocati è emblematico perché anche attraverso l’equo compenso può passare la rivalutazione del ruolo sociale dell’avvocato. “Le sentinelle del diritto e della legalità”- che a dispetto dell’impatto mediatico della moderna magistratura non è di esclusivo appannaggio di Giudici e Magistrati- non possono subire un impoverimento che li renda meno liberi e meno attenti a coltivare le proprie abilità e conoscenze. Perchè i diritti sono una faccenda seria, serissima e vanno trattati con cura, competenza e credibilità. La rifondazione della buona reputazione della più bella e necessaria delle professioni libere passa attraverso la stima dei cittadini che si conquista anche grazie alle proteste.
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