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Quando si fa “confusione” tra politica e religione

René Remond, grande pensatore dell'Académie française, cattolico convinto, profetizzava l’avvento di un uso politico della religione da parte di forze politiche ad essa estranee; anzi, aveva individuato la difesa della religione e dei suoi valori come opportunità feconda per guadagnare consensi in una stagione segnata da frammentarietà culturale ed etica e da tentazioni identitarie. Prendiamo atto che ciò è realmente avvenuto. Una difesa, quella delle “ radici cristiane dell’Europa ”, non intese come credo religioso né come cultura, ma come una appartenenza elitaria a una “categoria” che ci rende migliori di altri. Soffriamo di un male che si chiama «declino dell’Europa» e speriamo che un bagno di storia medievale agisca su di noi come una benefica cura ricostituente. Non è una novità. Quando una civiltà attraversa una fase difficile e vede sorgere nuovi e dinamici centri di potere, reinventa il proprio passato, lo immagina molto più splendido di quanto non fosse e predica il «ritorno alle origini». Per molti aspetti è ciò che sta accadendo, in modo molto più drammatico e violento, in una parte del mondo islamico dove Al-Baghdadi predica la restaurazione del Califfato e la rinascita dell’Islam trionfante. Qui da noi, con modi più innocui, parliamo di radici cristiane , valori, identità, antiche virtù e altri artifici retorici della stessa natura. La «fede», in questo momento, è ritenuta una merce politicamente redditizia il cui emblema diventa un aspirante candidato alla Presidenza del Consiglio, che giura fedeltà al popolo sul Vangelo: un qualcosa di grottesco che di rado accade alle nostre latitudini. Molti uomini politici, in passato, sono arrivati alla medesima conclusione che la religione è un efficace instrumentum regni ma molti cattolici sembrano preoccupati e infastiditi da questa tendenza: auspicano sì un ritorno alla fede, ma non vorrebbero che la Chiesa diventasse ancella della politica e che una parte del cattolicesimo, sperando di vincere qualche battaglia contro la modernità, cadesse in questa trappola. Sta emergendo, e trova chi gli conferisce pieni diritti e legittimazione, un cristianesimo inedito, “à la carte”, usato a piacimento come scusa per rimarcare un identitarismo occidentale, che mal cela una profonda intolleranza nei confronti di stranieri e musulmani, che non ha più come fondamento e ispirazione la parola di Dio contenuta nelle Scritture. Un cristianesimo che non vuole più essere giudicato sul suo essere o meno “evangelo”, un cristianesimo che preferisce essere declinato come “ideologia”, utile a fornire coesione alla società e identità politiche. Il “religioso' sembra abitare lo spazio politico con derive settarie, con posizioni fondamentaliste e intolleranti: così, nelle grandi sfide di questo mondo, i credenti faticano a raccontarsi, ad affermare le proprie ragioni, a motivare i loro principi senza destare diffidenza o addirittura avversione: chi dialoga con l’altro è ritenuto un eretico, chi vive la misericordia è tacciato di buonismo . E allora, nella stagione del disincanto della politica, la religione “risorge” come risorsa identitaria, preda di forze politiche che vogliono sfruttarla a proprio vantaggio violando, puntualmente, il comandamento di non nominare il nome del Signore invano.