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Prete pestato e rapinato, 25enne nei guai

Rischia il rinvio a giudizio il 25enne albanese che aggredì il parroco di Fisciano. Don Antonio fu colpito con calci e pugni e poi chiuso nella sagrestia di Sant’Anna

FISCIANO. Rischia il processo il rapinatore albanese Jakimi Ardit, 25enne accusato del pestaggio a scopo di rapina del parroco di Fisciano, don Antonio Pisani.

Era il dicembre 2015 quando il malvivente, recentemente condannato per un episodio analogo in concorso con un altro complice, entrò in azione. Il sacerdote venne aggredito e brutalmente malmenato, legato con un nastro adesivo ad una sedia per essere messo in condizioni di non nuocere, e infine fu chiuso nel bagno della sacrestia.

Le indagini dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Salerno individuarono il malfattore lavorando con strumenti tecnici e verifiche investigative, per poi notificargli un’ordinanza di arresto nel carcere di Poggioreale di Napoli, dove era già ristretto per un altro colpo analogo.

L’arancia meccanica scattò la sera del 19 dicembre 2015, quando il sacerdote venne sorpreso dai due rapinatori incappucciati e armati subito dopo essere uscito dalla canonica della chiesa di Sant’Anna dove si era recato per riavviare la caldaia. Travolto da una scarica di calci e pugni, il prete fu minacciato da due uomini con una pistola e un cacciavite, affinché rivelasse dove custodiva il denaro della chiesa. Una volta presi i soldi, i due banditi chiusero il prelato nel bagno della sacrestia, facendo razzia di ogni oggetto di valore. Il parroco riuscì a liberarsi solo dopo alcune ore, con l’aiuto di un fedele passato in chiesta. La pistola, una calibro 6,35 con cinque colpi, venne trovata dai carabinieri nella canonica, primo elemento da cui partire per le indagini, arrivate infine ad individuare solo uno dei due esecutori, Jakimi Ardit, il quale comparirà davanti al gip del tribunale di Nocera Inferiore, Giovanna Pacifico, il prossimo 31 maggio.

La procura lo ritiene responsabile del colpo in chiesa, avendogli contestato la rapina aggravata, lesioni personali, sequestro di persona, detenzione illegale di armi da sparo e oggetti atti ad offendere. Il sacerdote, brutalmente malmenato, legato con un nastro adesivo a una sedia e poi chiuso nel bagno, nonostante tutto se la cavò: solitamente la banda armata con cui “collaborava” il reo eseguiva colpi molto più sanguinari e violenti, terrorizzando le incolpevoli vittime.

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