L'editoriale

Non bastano decreto e daspo Sicuri in una società più giusta

Fanno discutere i primi casi di Daspo urbano, la sanzione amministrativa prevista dal decreto sulla sicurezza delle città

Ieri le cronache nazionali hanno registrato i primi casi di Daspo urbano, la sanzione amministrativa prevista dal decreto sulla sicurezza delle città. Si tratta di un provvedimento passato alla Camera e in attesa di approvazione al Senato. Le nuove disposizioni, sostenute con vigore dal ministro dell’Interno Minniti per arginare la degenerazione dell’ordine pubblico, fenomeno preoccupante dalle Alpi a Pachino e, forse, a Lampedusa, aggraverebbero l’esclusione sociale, confinando i soggetti emarginati in aree periferiche già problematiche e insicure. 
 
Questa la critica saliente, formulata per spezzare una lancia in favore di writers indisciplinati, mendicanti insolenti, ubriachi fastidiosi, parcheggiatori abusivi e minacciosi. Una pletora di ribelli ed emarginati ai quali sarà ora possibile comminare una salata multa e notificare un allontanamento dal centro cittadino, o da altre zone sensibili della città come le scuole, per 48 ore. L’eventuale recidiva spingerebbe in avanti il divieto, fino a sei mesi. È stato così che, dopo la prima e ferma presa di posizione contro il provvedimento da parte del Gruppo Abele, l’organizzazione non lucrativa e di utilità sociale fondata circa 50 anni fa a Torino da don Ciotti, si è scatenato lo sport della banalizzazione, molto in voga in Italia. Sono state riscoperte, a proposito di ordine pubblico e di sicurezza, le obsolete categorie di destra e sinistra, con l’inflizione ingenerosa della prima al ministro, discendente in linea diretta del partito comunista e di un’ortodossia che, fino all’altro ieri, non ammetteva cedimenti o false interpretazioni. Apriti cielo: da una parte i difensori degli “ultimi”, Saviano in testa, contro la criminalizzazione della marginalità, dall’altro il titolare del Viminale pronto a rintuzzare ogni critica per l’interesse, anche mediatico, alla difesa del provvedimento e alla glasnost istituzionale.
 
Il discorso si è spostato, come al solito, sull’involucro ideologico del problema. Ci si è chiesti, cioè, se le misure varate siano o meno classiste, se accentuino o meno il volto repressivo della civica amministrazione, in particolare del sindaco, tralasciando i temi di fondo che rendono insicure e inospitali le nostre città. Non rientra, infatti, nella tempesta polemica che ha allagato i pensieri di molti una riflessione profonda sul tema della giustizia sociale e della solidarietà, che potrebbero costituire due canali per accedere alla complessità del problema e districarvisi. Si è preferito, invece, cavalcare la paura - e qui Saviano ha ragione - per raccogliere consensi soprattutto elettorali, trascurando di coniugare la necessità di riformare il paese con l’aspirazione non comprimibile alla libertà, la indifferibilità di far rispettare l’ordine pubblico con la spinta verso il cambiamento e il progresso che tale sfida potrebbe determinare. 
 
Se si tagliano alla radice considerazioni più globali, in grado di condurre al succo della questione, l’ordine pubblico costituirà ancora la scorciatoia più comoda per mantenere inalterato lo stato attuale delle cose. Le riforme prevedono interventi ordinari costanti, che non sono sostituibili con misure emergenziali. La giustizia sociale viene fuori dal mutamento delle condizioni di vita non dal tintinnio delle manette e nemmeno dai muri che si alzano tra città e periferia. Francesco Saverio Nitti alla fine dell’Ottocento, a proposito di Napoli, parlava con toni gravi del più grande problema della metropoli partenopea, “la corona di spine”, costituita dai centri periferici che premevano sulla testa della città, comprimendola con minacce e conflitti. Nitti chiedeva di abbattere i muri, prolungare il centro cittadino nell’inferno dei lembi estremi della metropoli, senza che si potesse più notare il confine. 
 
Nessuna visione urbanistica moderna, da allora ai nostri giorni, ha affrontato questo assillo, ma si è andati avanti con il “restyling” dell’esistente: dalla cosiddetta “gentrification” (riqualificazione dei centri storici) all’allestimento di suggestive scenografie per le zone urbane più in vista. E, dopo Tangentopoli, soprattutto la sinistra si è fatta forte per decenni del mito del centro bello e smerigliato, della “vetrina” da esibire, per attrarre attenzioni e positivi giudizi. Da Napoli a Bari, a Palermo, a Salerno è andata così.
Sembra ancora di vederlo Antonio Bassolino nel suo isolamento dorato di piazza del Plebiscito, divenuta negli anni della Napoli sommersa dall’immondizia simbolo del vuoto o, come affermò Aldo Masullo, del “nulla senza confini”. Era la Napoli del decoro che aveva come immagine speculare la Scampia dei morti uccisi, prim’ancora che dalle pistole, da un’emarginazione da gulag creata dall’urbanistica dei ricchi e dei centri artificiosi. 
 
Non c’entra la destra, anzi: tale accusa appare banale e sghemba. Ma i provvedimenti varati dal governo e voluti dal ministro Minniti ricordano da vicino una filosofia politica che non sembra originare da un riformismo maturo, in grado cioè di cogliere in ottica sistemica la natura vera dei problemi, ma da una politica, tipicamente renziana, fondata sulla superficialità e sull’idea che questioni complesse possano essere affrontate con facili soluzioni. 
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