L'INTERVENTO

Lirica al Verdi: costi alti e offerta culturale esigua

Le ultime dichiarazioni del sindaco sul Teatro Verdi, con l’accusa di ignoranti al meetup Amici di Beppe Grillo che hanno denunciato la gestione del Teatro alla Corte dei Conti, non fanno altro che eludere la questione della stagione lirica a Salerno. Non sappiamo se ci siano o meno illeciti ma di sicuro sappiamo – e da anni – che tale gestione è verticistica e diseconomica. Non è solo un problema di incassi esigui: la cultura può anche essere “no profit”, si può anche investire “a perdere” in un progetto se questo è un beneficio per un territorio. I casi di Bologna e della Scala di Milano (a cui fa riferimento il dossier del Meetup) gestiti da Fondazioni municipali sono solo in parte utili sul piano della valutazione. Intanto per l’ordine di grandezza, soprattutto per quanto riguarda la Scala; e anche Bologna è una città più grande e certamente più ricca. Il problema non è nemmeno che il Teatro Verdi sia gestito direttamente dal Comune e non da un organismo autonomo (Fondazione o altro), la gestione diretta può anche essere una scelta in economia. Il punto è come si spendono i soldi, cosa che per il Verdi resta una oscura nebulosa. La questione della trasparenza è dirimente, in quanto il Verdi è un Teatro di Tradizione percettore di finanziamenti pubblici e risponde a precise normative. Nel consuntivo 2017 troviamo per 5 opere liriche, 9 concerti, e costi di gestione, una spesa di 4.472.693,89 di euro di cui 2.842.205,90 per la lirica, 165.349,46 per i concerti e 1.465.138,59 per la gestione e del personale; incassi per 407.082,30. Immaginiamo che nelle spese generali si trovi il compenso del direttore artistico Oren di circa 300mila il quale incide per il 20% sui costi di gestione mentre gli incassi incidono meno del 10 % e ogni singola opera costa circa 600mila. È questo complesso di spese, forfettario e per macrovoci, che appare del tutto sbilanciato soprattutto se si considera che mancano tutta una serie di attività come la formazione, circuitazione e coproduzione; come mancano altri soggetti che potrebbero partecipare all’attività del Massimo, Confidustria, Confcommercio, Banche, categorie sociali, sponsor privati etc. Mancano i costi analitici di produzione quanto ad artisti, tecnici, fornitori, allestimenti; manca una politica dei prezzi per famiglie, minori, disabili, under 30. L’esempio più calzante è forse la Fondazione Pergolesi Spontini – tra l’altro diretta dal salernitano Vincenzo De Vivo – che nel 2016 ha gestito risorse pari a 3.000.000,00 e in 16 anni un volume di affari per 60 milioni. Risorse pervenute per il 62 % da Enti pubblici, per il 9% da sponsor e sostenitori privati, mentre altri proventi per il 20% derivano da coproduzioni, noleggi e vendite, attività di formazione professionale e del pubblico; un altro 9% deriva da incassi e nel 2016 sono stati emessi 20.366 biglietti stampati. A Jesi si organizzano circa 200 eventi all’anno, per 45mila spettatori e agli eventi partecipano 14.300 studenti coinvolti in progetti educativi. Molte produzioni sono in collaborazione con teatri e festival nazionali e internazionali e distribuite in varie piazze italiane. Insomma un progetto di eccellenza che coinvolge una rete di comuni e l’intera collettività nelle varie articolazioni. L’investimento salernitano sulla lirica, non indifferente se commisurato alla città, appare invece sbilanciato sul piano dei costi, esiguo come offerta culturale alla città e, nonostante il nome di Oren, per nulla professionale sul piano dell’organizzazione. Andrebbe quindi ripensato con una razionalizzazione della spesa e reso trasparente ai cittadini perché possa essere seriamente valutato.