L'editoriale

L'intesa per la città dei due ex "nemici"

Ralf Dahrendorf, uno dei più grandi scienziati sociali e studiosi della politica del nostro tempo, riteneva che la libertà non fosse una semplice situazione, ma una condizione che realizza concrete chances di vita. Una libertà attiva, dunque, fuori da antagonismi tribali purtroppo ancora presenti nella nostra politica e lontana finanche dalla scientific community, dalla quale è consigliabile uscire, proprio come fece il filosofo tedesco. È questa libertà ariosa, dedita agli interessi concreti della gente, che ha fatto da cornice e giustificazione all’incontro che proponiamo oggi ai nostri lettori tra l’ex ministro Carmelo Conte e l’ex enfant terrible della magistratura salernitana Michelangelo Russo, presidente fino a qualche mese fa del collegio della Corte d’Appello che ha assolto il governatore Vincenzo De Luca. Non è stato facile organizzare il confronto, troppe le originarie diffidenze. Ostico anche il primo impatto, segnato da una memoria che a ciascuno degli interlocutori richiedeva costanza logica e coerenza con i propri vissuti. Da una parte c’era il costruttore della grande stagione socialista di Salerno dall’altra il magistrato che la sconfisse con le manette (stando alla vulgata).
L’elemento di snodo e di superamento è venuto fuori, però, proprio dal mancato moderatismo dei due personaggi. Apparente limite, questo, che si è trasformato prodigiosamente in una opportunità, quella di poter spegnere l’accademica coerenza legata a vecchie ragioni e arcani mondi. Sono mondi, quelli dello scontro pregiudiziale, che aderiscono al fondamentalismo di un’Italia da venticinque anni immobile sul sentiero della transizione. Un periodo nel quale si sono scontrati il pan-penalismo togato da una parte e il querulo garantismo giustificazionista dall’altro, mondi rovesciati, malinconiche illusioni sotto un crepuscolo che incontra la sera.
Lo spazio per il reciproco j’accuse è stato così limitato e non ci si è chiesti se è il reato che determina il processo (verità di cui è arciconvinto Russo) o se, al contrario, è il processo che inventa spesso reati (di tanto è sicuro Conte, vittima egli stesso di un’aberrazione giudiziaria); si è indugiato poco su quale possa essere l’Italia dei democratici e sono state evitate le descrizioni ingegneristiche di futuribili edifici istituzionali.
I nostri interlocutori, davanti al taccuino di Barbara Cangiano, hanno avvertito la necessità di doversi sentire componenti di una stessa comunità, di trasformare in attiva la propria libertà di agire e di volere. Lo imponeva il tempo che viviamo e Conte e Russo lo hanno compreso, schierandosi dalla parte della libertà attiva di Dahrendorf. Svolta favorita dall’unico elemento di contiguità tra i due, essere entrambi “di sinistra”. Comunista (da giovane) Russo, riformista (da sempre) Conte: entrambi, però, avversari della destra reazionaria e del moderatismo inconcludente e pertanto ansiosi di ridisegnare un mondo nel quale economia, politica e diritto avvertano l’esigenza di una prospettiva che possa ottenere l’avallo della coscienza nazionale. Solo su questa strada è possibile l’aggancio con una democrazia governante, che contrasti le ricorrenti crisi di governabilità e di rappresentanza; lungo questa traiettoria il lato normativo della nostra Costituzione si salda con quello fattuale, i profili istituzionali incontrano le figure sociali.
È stato, questo tra Conte e Russo, un laboratorio tra due uomini che difficilmente riusciranno a considerarsi “ex”, anche perché non lo sono nella concretezza della loro esperienza quotidiana; due uomini, oggi fuori dal Parlamento e dalla magistratura, ma dentro una storia che, a differenza di quella degli interni al palazzo, fa porre loro con estrema naturalezza la questione liberale e democratica, estranea alla sinistra militante e a una datata ma ancora pugnace magistratura di frontiera. Questione che recupera, tra i principi costituzionali, soprattutto quello di uguaglianza (“Lo Stato rimuove gli ostacoli...”), in un paese con il più alto indice di disuguaglianze, che purtroppo non riguardano soltanto il passato e il presente ma anche il futuro, tant’è che tra i ragazzi di oggi è scomparsa la speranza in una vita equa e giusta. Ed è il diritto alla speranza dei giovani che ha portato al tavolo i due simpatici “nemici”, che in seguito alla provocazione de “la Città” oggi si danno perfino del “tu”.