In 70 faldoni la “rete” di favori di Pagano 

Il giudice non risponde agli inquirenti. Montone si difende: «Non facevo parte di alcuna associazione per delinquere»

SALERNO. Troppi settanta faldoni di documenti da esaminare in due giorni: il giudice Mario Pagano si avvale della facoltà di non rispondere. È durato poco l’interrogatorio di garanzia al quale è stato sottoposto, ieri mattina, il noto magistrato di Roccapiemonte, accusato di essere al capo di un sistema di potere per garantire favori ad amici in procedimenti pendenti davanti al tribunale civile e alla commissione tributaria. Il giudice, fino al 2016 al tribunale di Salerno, poi a Potenza e poi a Reggio Calabria, ora è agli arresti domiciliari assieme a Nicola Domenico Montone (suo cognato, funzionario amministrativo di Palazzo di Giustizia a Salerno), si è trovato di fronte a un collega in una posizione inusuale, quello del magistrato che deve rispondere penalmente delle sue condotte, anche se al momento solo da indagato. Il giudice di Roccapiemonte – assistito dagli avvocati, Claudio Botti e Giancarlo Pittelli – dinanzi alla mole dei documenti presentati ha scelto di non rispondere. Non è stata presentata dalla difesa nessuna istanza di liberazione dagli arresti domiciliari.
Tutte quelle carte sono la notizia che guasterà i sogni di molti a Salerno e provincia, visto che le ipotesi della procura di Napoli si fondono sulla rete di rapporti che il magistrato rocchese aveva costruito in anni al tribunale di Nocera Inferiore e soprattutto a quello di Salerno. Va ricordato che Pagano, era un giudice relatore, quindi in molti casi i suoi giudizi erano condivisi dai collegi del tribunale e così eventuali sentenze sarebbero state emesse con l’ok di altri colleghi. Di conseguenza, eventuali decisioni addomesticate dovrebbero coinvolgere altri magistrati ma per ora l’accusa al giudice arrestato è solo di non essersi astenuto dalla aver trattato cause di persone amiche e di associazione per delinquere. Nei 70 faldoni potrebbero essere tracce non solo dei processi in cui sono state adottate le sentenze finite al centro delle indagini ma anche altre. E, di conseguenza, i colleghi contatti da Pagano, magari anche per avere un’informazione che poi sarebbe stata passata a suoi amici. Quella voluminosa documentazione racchiude una serie di rapporti e presumibilmente intercettazioni telefoniche, messaggi con togati, politici, amministratori e imprenditori, e potrebbe coinvolgere altre persone, tanto da spingere molti a parlare con gli inquirenti. Insomma, si potrebbe innescare una valanga.
Le indagini vedono il magistrato rocchese capo e promotore di un’associazione per delinquere basata su accordi con facoltosi imprenditori per commettere atti contrari ai suoi doveri d’ufficio e che si sarebbe fatto forte di un reticolo di rapporti con suoi colleghi, professori universitari, avvocati e politici. Insomma, il capo di una cupola. A Roccapiemonte, «Don Mario», invece, è considerato un’autorità morale, l’uomo a cui chiedere un consiglio, un gentiluomo di vecchio stampo disponibile sempre con tutti attento al suo territorio. Proprio questa disponibilità lo avrebbe messo nei guai pur non avendo tornaconti.
Dalle intercettazioni telefoniche, però, emergerebbe un quadro che porta a pensare alla peggiori delle ipotesi. Secondo gli inquirenti, a telefono, sulla vicenda finanziamenti alla cooperativa Eremo (la contestazione sulla truffa alla Regione Campania), riconducibile a Pagano e a Montone, lo stesso magistrato indagato dice a un collega a lui legato: «Sono più preoccupato dei giri, per quello che riguarda i giri contabili della Eremo».
Perfino sugli orologi ricevuti in regalo ci sono telefonate imbarazzanti dopo la prima perquisizione del 2016 così come sempre per la vicenda Eremo nella quale sembra che i consigli venissero dati per addossare le responsabilità ad altri e non a lui. E poi quelle decine e decine di versamenti per una squadra di calcio dilettantistica, la Rocchese, di cui era presidente onorario. Un quadro non facile da smontare per i difensori che potrebbe allargarsi.
A rispondere alle domande del Gip è stato invece Montone. Assistito dal suo legale, l’avvocato Francesco Saverio D’Ambrosio, il cognato del magistrato arrestato ha respinto l’accusa di essere partecipe dell’associazione per delinquere quale presunto intermediario tra chi voleva i favori e il congiunto togato.
Salvatore De Napoli
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