L'ERTE VIE

Il nostro colpevole silenzio sul calvario dei migranti

I primi giorni di un nuovo anno sono sempre dolorosi, con i previsti disinganni degli stessi problemi: tra quelli che ritroviamo uguali (in un’Europa sempre più distratta nel nostro parziale mutismo) il cataclisma dei migranti. La Castelvecchi nel 2013 ha pubblicato un saggio di Thomas Nagel del 1974 (su "Philosophical Review”) dal titolo che cattura e sorprende, "Cosa si prova ad essere un pipistrello?", ed è un’indicazione curiosa ed efficace per un atteggiamento etico (quindi, politico) nel confrontarsi coi problemi che rifiutiamo. Finché non faremo quel difficile sforzo di riduzione della distanza tra noi e il migrante, per quanto impegno potremo mettere in campo, non saremo usciti da una forma aristocratica di solidarietà coloniale. Al riparo, nelle nostre riscaldate case, lontani dal deserto notturno e dal freddo profondo del Mediterraneo, rifiutiamo di sapere che l'uno e il molteplice restano sempre annodati, sovrapposti, uniti nella stessa traccia, e che nella nostra distanza siamo anche noi quei migranti battuti e umiliati, di cui scafisti e libici irregolari utilizzano la vita. Nella provincia di Ancona, a Spinetoli, l'altra notte hanno bruciato due piani di una casa che il Comune aveva destinato alla loro accoglienza. Nelle stesse ore è accaduta la stessa vergogna nella provincia di Parma, a Lesignano, e poi in Sardegna: sono i nuovi fuochi di fine anno che destiniamo a questa difficile migrazione. Africano è stato il filosofo più caro della nostra cultura, Sant’Agostino, che affrontò ardue profondità di pensiero e tra queste la più spinosa, l’origine del male: il problema dei migranti esige risposte che il nostro continente non sa dare e, nel nostro fragile mutismo, ritroviamo di fronte a noi l’enigma della nostra spaurita identità, senza profilo. Coi migranti ci confrontiamo in una tragica contraddizione: li salviamo - tenendocene lontani - e li lasciamo torturare, vendere come schiavi. Da questo nodo, che si raddoppia in uno specchio, non sappiamo uscire (mentre i nostri figli ci guardano).