L'ANALISI

Gli addobbi paesani di Salerno coprono gravissime ferite sociali

C’è una “Malaria urbana” che va dal basso all’alto, dal commercio alle professioni, dal lavoro alle imprese

Il Rapporto presentato dalla Svimez il 7 novembre scorso non contiene analisi disaggregate, riferite alle singole città o alle singole province”. Con questo comunicato, che ne smentisce la forma non la sostanza, l’amministrazione comunale di Salerno, ha tentato di screditare i dati che documentano la grave deriva economica e sociale in cui versa la comunità salernitana. Sulla quale bisogna, invece, avviare una pubblica riflessione, senza omissioni e condizionamenti, partendo da un dato storico strutturale oggettivo. Salerno, come tutte le città, è un prodotto della civilizzazione, un’opera della “mente e del caso”, costituita da due livelli diversi tra loro strettamente interconnessi e sovrapposti. Uno è quello della città visibile, osservabile e riconoscibile d’acchito nella sua bellezza fisica, fatta di natura, edifici, strade, monumenti, persone e veicoli che si muovono e la popolano. L’altro livello è la parte della città che non può essere osservata a occhio nudo. È la società urbana, insieme artefice e artefatto di quella visibile con la quale costituisce appunto un insieme inestricabile. Tessuto connettivo che, a Salerno, è divenuto un gioco degli specchi. L’addobbo paesano e profano della sua materialità visibile (piastrelle, luci, fontane), diligentemente propagandato e promozionato, ha steso un velo sia sulle ferite fisiche (opere incompiute, cementificazione, inquinamento) sia sulle sofferenze della società, afflitta da tassi di povertà e di disoccupazione che la collocano tra l’ultimo e il penultimo posto delle graduatorie nazionali di settore. Dati, questi, che non possono essere, liquidati contestandone i decimali, come tentano di fare gli amministratori, perché documentano una patologia sociale e ambientale a largo spettro, una nuova forma di Malaria urbana che va dal basso verso l'alto, dal commercio alle professioni, dal lavoro alle im prese. Rispetto alla quale, torna attuale un’osservazione di Italo Calvino: “di una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”. Ebbene, domanda e risposta, per Salerno, riguardano non un aspetto limitato ma più in generale il perché ha sperperato tutto quello che aveva ereditato dalla natura e dalla storia, trasformandosi in un museo vivente del negativo. Non riflette più il suo mare perché è stata relegata dietro al Fronte del mare che non è solo una metafora tecnica, bensì un confine apparentemente ideale, che cela scelte improprie, divisive e dispersive per la collettività. Negli ultimi due anni, spinti dal bisogno, sono andate via migliaia di abitanti, la metà dei quali giovani. Non tutela il suo meraviglioso ambiente e si sottrae al dovere di difendere la purezza dell’acqua del mare e dei nove piccoli fiumi che ne attraversano il territorio, ridotti ormai a discariche abusive. Ma quello che più rileva è la perduta capacità di esprimere con coerenza, nelle sue forme e nelle sue funzioni, la complessità e l’alternarsi delle vicende storiche che ne hanno segnato lo sviluppo. Finanche l’azienda ospedaliera universitaria, che avrebbe dovuto celebrare la famosa scuola medica salernitana, è finita in balia del mercato politico e dell’abuso. È divenuta, cioè, una città incompiuta non solo nelle sue opere, in costruzione da oltre un ventennio, ma nella dignità e nell’anima. È sottomessa, non lotta, non reagisce, ha paura, subisce. Per uscire da questa condizione e dare una risposta soddisfacente ai perché inevasi di chi vuole goderla, come auspica Italo Calvino, la città invisibile deve, perciò, reagire, promuovere il ritorno in campo di uomini liberi e forti, di sturziana memoria. È una condizione prepolitica, necessaria anche per ripensare la città materiale e sintonizzarla ai ritmi e ai bisogni della Civitas. Il come fare politica da cittadini deve precedere il cosa fare. Quindi non basta contestare, scadendo nell’anti politica, serve una presa di coscienza per isolare e bonificare la malaria.