Da Battipaglia il veto alle Fonderie Pisano  

La sindaca Francese: «Non daremo mai l’autorizzazione»

«Finché ci sarà quest’amministrazione, le Fonderie Pisano a Battipaglia non s'insedieranno mai»: parola di Cecilia Francese. È categorico il diniego che arriva dalla sindaca della città della Piana del Sele. Se a Salerno c’è chi accoglie con entusiasmo la notizia dell’annullamento da parte della Corte di Cassazione del provvedimento del Riesame, in virtù del quale, dieci mesi fa, si riaprirono i cancelli delle storiche fonderie, a Battipaglia i cittadini tremano. Eppure la Francese assicura che «il Suap comunale non rilascerebbe mai l’autorizzazione».
La prima cittadina è stizzita: «È triste sentir parlare di nuovo di una delocalizzazione a Battipaglia, ed è ancor più amareggiante che certe illazioni vengano ricondotte all’inserimento della città nell’area di crisi industriale complessa; sembra quasi che si voglia minimizzare un risultato importantissimo che, col placet del Ministero dello sviluppo economico, amplierebbe il raggio degli ammortizzatori sociali e creerebbe nuovi posti di lavoro».
Eppure i finanziamenti di Invitalia, l’agenzia del Ministero dell’Economia, fanno gola alla famiglia Pisano, che deve edificare una fabbrica nuova, con costose attrezzature all’avanguardia, non impattanti sul piano ambientale. Fondi che Invitalia dispensa facilmente nelle aree di crisi industriale complessa. A breve il Mise dovrebbe decretare una di queste aree in Campania, e Battipaglia è l’unico comune salernitano nell’elenco. C’è chi teme che l’iniziativa sia un contentino per ammorbidire la posizione della sindaca sulle Fonderie, ma la Francese lo esclude: «Non c’è alcuna correlazione tra le due cose, e in più abbiamo già adottato gli atti amministrativi». Il riferimento è alla delibera consiliare del 13 dicembre scorso, passata al termine d’una seduta monotematica sulle Fonderie. «Il consiglio – si legge nell’atto – si raccorderà con il Suap e con gli uffici nei procedimenti istruttori al fine di scongiurare, su tutto il territorio, insediamenti industriali e produttivi nocivi per la salute e per le raffinate produzioni agroalimentari». E il 21 settembre scorso, al termine di un’estate che ha visto i cittadini in piazza contro i miasmi, i rifiuti e il progetto di un impianto di compostaggio, la giunta ha disposto che, per la richiesta di nuovi insediamenti, l’area tecnica e il Suap dovranno compilare una scheda di valutazione del rischio ambientale e richiedere una valutazione dell’impatto da odori. «Le Fonderie non verranno – assicura la sindaca – e manco potrebbero, perché nell’area industriale non c’è lo spazio di cui necessitano». Ossia 70mila metri quadri, che però ci sarebbero nella zona ex Interporto, nei terreni espropriati dall’Asi per un progetto naufragato. Su quei terreni si gioca la partita del recesso comunale dal Consorzio, legittimato lo scorso luglio dal Tribunale di Salerno. Ora si dibatte sull’autonomia di governo dell’agglomerato industriale, in particolare di quell’area, e l’ultima parola spetta al Consiglio di Stato, che dovrà pronunciarsi sul caso “Agrifina”. Ad agosto del 2016, in esecuzione di una sentenza del Tar, il Comune autorizzò l’azienda Agrifina a realizzare un opificio nei terreni ex Interporto; mancava il nulla osta dell’Asi, del quale non si tenne conto in virtù del recesso. Il Consorzio s’appello al Consiglio di Stato: giovedì c’è stata l’udienza e a giorni i giudici s'esprimeranno. E se capovolgessero il verdetto del Tar, l’ultima parola sulle Fonderie spetterebbe all’Asi, ma in quella zona il presidente del Consorzio, il battipagliese Antonio Visconti, vuol realizzare un hub agroalimentare, ossia un interporto in miniatura.
Carmine Landi
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